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22 Giugno 2011 | 14:00 |

La zia di Lampedusa - E tu

E tu

Sesto capitolo - Scoglio di Lampione, 12 ottobre mattina - La mattina seguente il cielo si presentò di un grigio uniforme, gonfio di nuvole galoppanti che non lasciavano presagire nulla di buono.

Giovanna e Salvo, di tanto in tanto, scrutavano l’orizzonte oltre i vetri della hall chiedendosi con aria depressa se gli ospiti, quel giorno, sarebbero mai riusciti ad arrivare.

Il suono della sirena della motobarca annunciò che qualcuno doveva avercela fatta. – Scendo al molo per accoglierli – disse Salvo, sentendosi sollevato al pensiero di non dover trascorrere un’altra giornata in tre. Il dottor Giacomo Tardonato era un uomo sulla sessantina che tentava di apparire giovane. Non molto alto, occhialuto e di corporatura robusta, quando si tolse il cappuccio dell’austero impermeabile grigio, rivelò di essere afflitto da una calvizie mal dissimulata: un ciuffo nero gli si era scollato scoperchiandogli la lucente pelata e, pendendo tristemente lungo una guancia, lasciava andare la tintura scura che gli sgocciolava pateticamente fino al mento. Aveva uno sguardo impenetrabile e non sembrava affatto contento. Salvo pensò che doveva essere deluso, in effetti l’aspetto dell’isola, in preda a quel tempaccio, sembrava inquietante. Il dottore manifestò subito il suo disappunto con voce roca e scostante: – Se avessi saputo che la pensione era alle prime armi non mi sarei mai imbarcato. Immaginavo una gestione professionale, ben avviata – continuò, sentenziando con tono autoritario – sono stato ingannato! Mi aspettavo un autentico guardiano del faro con tanto di barba e pipa, mi spiego? Un lupo di mare, con tanta esperienza da mettere in comune, in un luogo di ritrovo per uomini di una certa tempra, dove poter amabilmente giocare a carte bevendo un buon bicchiere e rac-contandoci dei tempi andati, ma qui... il conducente mi rivela che, invece, il gestore è poco più che un ragazzo, e che sono il primo ospite... o quasi – concluse lanciando un’occhiata desolata tutt’intorno.

Mentre il dottore esternava stizzosamente tutta la sua delusione per non essersi ritrovato in una bettola, don Carmelo sorrideva sornione sotto i baffi e si asciugava le mani stropicciandole davanti alla stufa. Accettò volentieri una fetta di torta di fichi e la tazza di caffè bollente che Giovanna gli aveva premuro-samente versato, il dottor Tardonato invece non la degnò di uno sguardo, lasciandola con la tazzina tesa a mezz’aria. Davanti a modi così villani Giovanna sbottò: – Se non siete soddisfatto non avete nessun obbligo... dottore...– ...don Carmelo sarà lieto di riaccompagnarla immediatamente da dov’è venuto! – rincarò Salvo.

Don Carmelo depositò la tazzina vuota sul vassoio e inserì la sua: – Però si decidesse immediatamente, perché io ora devo proprio andarmene. Con questo malutempo non lo so se, in giornata, posso fare altri viaggi: il vento sta diventando forte e le onde sono troppo alte per la mia barca. Anche a volere arrivare con la barca più grande, voi lo sapete, al molo di qua non ci possiamo attraccare.- Concluse spalancando le braccia desola-to. Salvo aggiunse: – Mah, a momenti dovrebbe arrivare un’altra signora, con la figlia. Speriamo che facciano in tempo. Il dottore si intromise invelenito: – Ah, no! Non mi sogno nemmeno di andarmene! Troppo comodo, esigo ciò che mi è stato promesso... –
– Le conviene pensarci bene e subito – consigliò con un sorriso acido Giovanna. Poi, accompagnando sotto braccio verso la porta don Carmelo, continuò: – Se c’è stato un malinteso forse è meglio che vi rivolgiate a chi vi ha ingannato... Abbiamo avuto un tale numero di richieste che ci sarà facilissimo occupare la vostra camera. Anzi, in particolare per quella splendida camera azzurra con vista panoramica, che era stata destinata a voi, do-vremmo ritoccare il prezzo e chiedere un supplemento.

Il dottore le lanciò un’occhiata all’acido solforico: – Non ho nessuna intenzione di andarmene prima di aver provato questo posto, né intendo pagare alcun supplemento. – Concluse. Pago di aver avuto almeno l’ultima parola, si avviò impettito verso la scala principale. Salvo lo seguì portando su le valige. Giovanna rimase a guardarli sorseggiando la tazza di caffè che le era rimasta in mano, con un sorrisetto trionfale. Poco dopo Salvo scese e con un gesto di stizza le consegnò la parure di asciugamani con le applicazioni di pizzo a tombolo: – Ha guardato tutto intorno senza riuscire a trovar nulla da reclamare, poi, quando è entrato in bagno i suoi occhi si sono illuminati e mi ha detto con tono sprezzante: ‘Vi dispiacerebbe fornirmi degli asciugamani veri? Non sono abituato a utilizzare un centrino, prego.’ Vorrei potergli portare degli stracci per i pavimenti! – No, calma, per carità! Oh poveri noi! Poi, confusa, Giovanna aggiunse: – Pensa tu, come potrà un tipo del genere “conversare amabilmente” con il signor Colombo? Oh, poveri noi! Prevedo scintille. – Saranno affari loro. Ribatté Salvo con una punta di sadica soddisfazione. Poi, intenerito da quella espressione smarrita, l’abbracciò e le sussurrò con dolcezza: – Ti amo. Qualunque cosa accada, ricordati sempre che io ti amo.

Incredibilmente la mattinata trascorse senza altri intoppi. Il mare si mantenne agitato ma la pioggia concesse una breve tregua. Nonostante il forte vento di maestrale il signor Colombo impiegò il suo tempo a meditare sugli scogli a ovest risolvendo parole incrociate su una graziosa ma scomoda panchina di pietra bianca. Ogni tanto si interrompeva, distoglieva gli occhi dal foglio e si perdeva a inseguire con lo sguardo il rincorrersi tempestoso dei cavalloni che si infrangevano sugli scogli. Il dottor Tardonato, rinfrancatosi e incollata al suo posto la chioma ribelle, dopo aver esplorato l’isola, per mostrare a tutti di che tempra fosse fatto, decise di andare a fumare la sua pipa al capo opposto, verso il molo grande.

Si ritrovarono tutti insieme, all’ora di pranzo. Giovanna, che ci teneva a fare bella figura, non si era risparmiata. Il suo pranzo fu curatissimo, dall’antipasto al dolce. Si divertì a stupire i suoi ospiti preparando manicaretti particolari, di sua invenzione, derivati dalle ricette classiche che aveva appreso dalla zia. Servì un antipasto di pomodori farciti ai frutti di mare seguiti da un primo di conchiglie colorate. I secondi, rigorosamente di pesce, furono naselli in carpione e mascolino al limone, accompagnati da un incredibile numero di contorni di verdure: peperoni e melanzane grigliati, cipolline dorate al forno, zucchine ripiene. Il piatto forte fu il dessert: un dolce di fichi caramellati contornati di palline di ricotta farcite di mandorle tritate.

Pur non lasciandosi sfuggire il benché minimo commento, il dottore mostrò tacitamente di apprezzare l’innovativa cucina di Giovanna, astenendosi dal criticare le portate. Al contrario, il signor Colombo non risparmiò parole come “divina” e “sublime”, lodando perfino la semplice bottiglia d’acqua naturale messa in tavola da Giovanna. Infarcendo ogni boccone di com-plimenti alla cuoca, ottenne l’effetto collaterale di riuscire a far passare del tutto l’appetito a Salvo, che rischiò quasi un travaso di bile per la gelosia. Erano ancora a tavola quando il dottore finalmente si pronunciò rivolgendosi a Salvo: – Quel giovanotto è davvero molto bizzarro – commentò in tono di viva disapprovazione, alludendo chiaramente a Colombo, come se non fosse stato presente alla stessa tavola – come potete permettere che faccia una corte così sfacciata a vostra moglie? Le donne vanno tenute in cucina, non c’è bisogno che questo ve lo dica io, no? Siete o non siete un siciliano? Permettetemelo, i vostri modi sono alquanto bizzarri. Non pensavo che avrei dovuto sedere a tavola con la servitù. Certo, non c’è niente di male, naturalmen-te io sono molto democratico. Ma capirete, non era certo que-sto che mi aspettavo. Rivolto a Giovanna, ma guardando di sbieco con un certo disprezzo verso Salvo, aggiunse: – Comin-cio a pensare che qui tutto sia alquanto bizzarro. –

Salvo raccolse tutte le sue forze per vincere la “bizzarra” tentazione di rovesciare tutta la guantiera di fichi e mandorle sulla testa del dottore. Il pranzo fu più sontuoso di un banchetto di nozze. D’altro canto, finché il tempo era così inclemente, Giovanna pensava che fosse suo dovere intrattenere gli ospiti e non riusciva ad immaginare altro che farli mangiare bene. Quando Salvo si accorse che erano quasi le quattro del pomeriggio si alzò, senza dire una parola, e andò in cucina a mettere sul fuoco la caffettiera. Una folata impetuosa di vento gli impedì di accendere la fiamma. La porta della cucina si aprì di colpo e quattro fantasmi gocciolanti, avvolti nelle incerate grigie, gli si presentarono davanti, come portati dal vento.

– Don Carmelo! Mi avete fatto paura, così all’improvviso. Ché, avete sentito il profumo del caffè? – scherzò Salvo. Ma don Carmelo non aveva molta voglia di ridere: – Il mare grosso è. Fra un poco la barca non si governa più. Me ne stavo ritornando indietro perché dalla parte del molo grande non si ci può avvicinare proprio, le onde troppo alte sono. Se ci perdevo ancora tempo, finiva che pure la barca in mezzo agli scogli ci appizzavo. Fortuna che da questo lato, ancora, ancora, si ci può arrivare. Ma poco ne abbiamo. Anche il pane fresco e i giornali di oggi vi portai. Domani, però, se continua così, io non torno. Isolati restate.

Giovanna, sentite le voci, si affacciò ad accogliere con un sorriso i nuovi arrivati: – Benvenuti a tutti, accomodatevi in salotto, vi prego, vi riscalderete in un attimo, date pure a me gli impermeabili bagnati. Poi rivolta a don Carmelo, con aria desolata: – Le previsioni annunciano un peggioramento della situazione, non è vero?- – Avete abbastanza cose, di manciare? - le chiese don Carmelo. - Oh sì! Per questo non abbiamo problemi, penso che potremmo resistere per diversi mesi. - Quella è al completo– disse Salvo accennando alla doppia porta ermetica della grande cella frigorifera. Don Carmelo bevve il caffè in piedi e poi si congedò. Salvo lo accompagnò alla barca e lo guardò sparire velocemente fra la schiuma bianca delle altissime onde. Restò lì, seduto su una sporgenza dello scoglio di ponente che reputava senza dubbio assai più confortevole della graziosa ma durissima panca di pietra di Giovanna. Gli piaceva indugiare a respirare la brezza balsamica che gli sferzava il viso.

Giovanna in salotto si prese cura delle tre nuove arrivate offrendo loro pasticcini di mandorla, confettini di mostarda e caffè fumante. Dalla prima incerata sgusciò fuori una donna matronale, alta e corpulenta, stimata ad occhio sui cinquanta anni. Invecchiata da un trucco vistoso: il fondotinta sfatto era uno spesso strato solcato da crepe che le marcavano le rughe, gli occhi, sbavati di ombretto scuro, annegavano in due occhiaie bluastre e le labbra conservavano un’ombra sbiadita e volgare di rossetto corallo. La capigliatura grigia e vaporosa era schiacciata da un buffo cappellino di cotone verde, di quelli per bambini, con la visierina. Il soprabito leggero che la avvolgeva, di un pallido color cipria, era affannosamente strizzato nel posto che ricordava a memoria di essere stato un punto vita. Sotto l’orlo a campana spuntavano due salsicciotti di gambe, in equilibrio su uno spericolato paio di tacchi a spillo. Giovanna si chiese che bisogno avesse una persona già così imponente di mostrarsi ancora più alta. Quella donna doveva avere proprio una personalità decisa.

Dal secondo involucro uscì fuori, quasi per contrappasso, una donna esile, di età indefinibile. A prima vista si sarebbe detta una ragazzina dai modi piuttosto schivi. Giovanna però os-servò che le mani, macchiate dal tempo e disegnate da un reticolo di vene in rilievo, denunciavano un’altra verità. Non sembrava, come l’altra, reduce dalla medesima, epica, traversata. Per nulla turbata, riacquistò subito un’elegante compostezza. L’abbigliamento era giovanile: sotto l’impermeabile indossava una lunga tunica di garza azzurra e dei pantaloni affusolati, una corta ciocca nera sfuggiva, graziosamente, da una larga sciarpa di lino annodata sotto il mento e poi dietro il collo, alla maniera delle donne arabe. Sul viso ambrato, di uno splendido ovale, portava l’unico vezzo di un lucidalabbra rosato, perfettamente intonato allo smalto impeccabile sulle unghie corte e squadrate.

Dal terzo guscio saltò fuori la figlia della matrona, una ragazzina burrosa e immusonita dall’aria sbarazzina. Giovanna osservò che pur sembrando poco più che una ragazzina doveva avere almeno diciotto anni. L’ombelico le sfuggiva dalla maglietta più stretta del dovuto di un paio di misure, sovrastando gli aderenti jeans a vita bassa. Sembrava una bambina che è cresciuta di colpo, senza aver avuto nemmeno il tempo di cambiarsi d’abito. Non era truccata: le labbra carnose e imbronciate spiccavano, di un rosso vermiglio naturale, sul viso di porcellana; gli occhi piccoli e celestini sembravano quasi privi di ciglia, aveva un piccolo piercing che le brillava sulla narice sinistra e i capelli, chiarissimi e sottili, erano legati in un’ordinata coda di cavallo. Masticava freneticamente una gomma denunciando una certa agitazione, sotto la crosta di calma apparente.

Le tre donne frastornate si guardarono intorno, visibilmente spaesate. La signora grassa si presentò per prima, stringendo vigorosamente la mano a Giovanna: – Angelica Arcadipane, sono molto lieta. Là fuori la fine del mondo c’è, un’autentica bufera, se l’avessimo minimamente immaginato, ieri saremmo arrivate. – O non saremmo arrivate manco per niente! – la interruppe, sottovoce, la figlia. Giovanna strinse la mano ossuta all’altra donna e le chiese: – Siete insieme?

La prima non le diede il tempo di rispondere e riprese a parlare: – Oh no, ma quando mai, oggi ci siamo conosciute. Io e Lucia ci siamo conosciute nel momento del pericolo. Il pericolo e il bisogno rendono vicine le persone, fanno miracoli. Non è vero Lucia? Un’ora di pericolo assieme fa diventare due persone più amiche di quanto non capita nemmeno se uno ci vive assieme per tutta una vita. Se la vita intera è vissuta l’uno accanto all’altro, nella pace. - Sospirò pesantemente, poi afferrò con energia il braccio della ragazzina spingendola davanti a sé e proseguì a mo’ di presentazione: – Questa invece, mia figlia Cristina è. Noi dal centro della Sicilia, veniamo. Io, veramente, sono originaria del nord, ma quando mi sono sposata per seguire il mio povero marito ho lasciato tutte cose. Per amore, lo capite che cosa voglio dire? Per amore qualsiasi cosa si fa. Ma ora, ora, sole, sole siamo rimaste, sa? Io e lei, da sole. Da più di un anno, il mio povero marito sole ci ha lasciate! Un colpo improvviso al cuore me l’ha stroncato. Si è afflosciato così, di colpo, mentre che camminava per la strada.

Fece una brevissima pausa per riprendere fiato e tirar fuori dalla tasca dell’impermeabile un pacchetto di fazzolettini. Soffiandosi rumorosamente il naso si lasciò cadere su una sedia che scricchiolò, e proseguì imperterrita: – Era uscito per andare a comprare il pane e i giornali, come faceva ormai tutte le mattine da più di un anno, perché se ne era andato in pensione. Non è tornato più. Io, da allora, come in uno strano incubo vivo. È stata una disgrazia così improvvisa da non riuscire a capacitarmi ancora. Io, quando sono sola a casa, aspetto sempre di sentire la sua chiave girare nella toppa. L’unica consolazione che mi è rimasta è che la morte se lo è preso come desiderava lui, all’improvviso, senza sofferenza. Che tragedia è stata per la mia povera Cristina. Mi è caduta malata, ha avuto un anno così difficile, pieno di continue crisi...di panico. All’ultimo anno di liceo, poi. Gli esami doveva fare. Io, perciò, ho dovuto mettere di lato il mio dolore per consolare il suo. Per i figli tutto si fa, questo e altro – pontificò. Subito dopo con sguardo lucente e curioso aggiunse: - lei figli ne ha?

Giovanna la osservò meravigliandosi di se stessa, perché non riusciva a emozionarsi: quella donna raccontava una storia straziante, ma lo faceva col tono finto di un’attricetta melodrammatica alle prime armi e non riusciva a suscitare in lei alcun sentimento di partecipazione. La signora Arcadipane, senza aspettare risposta, riprese incrollabile: – Alla fine la mia piccola Cristina ce l’ha fatta, si è diplomata! Io lo sapevo che lei ce la faceva, come sarebbe stato contento ora suo padre di vederla! Ma adesso basta parlare di cose tristi, dobbiamo continuare a sopravvivere, in qualche modo. Cristina si è diplomata e io me ne sono andata in pensione, il mese scorso. Io non lo so cosa faremo nel futuro, due disoccupate ci sentiamo per ora.

Rise quasi spasmodica e proseguì imperterrita: – Intanto questa vacanza ce la siamo proprio meritata, tutte e due, non è vero Cristina? Eppoi decidiamo. - Sorrise alla figlia che la guardò distratta e senza partecipare, rispose al suo sorriso con una smorfia disgustata. – Certo che peggio di così non potevamo capitare, d’altra parte, che cosa c’era da aspettarsi da una vacanza omaggio, vinta non sappiamo nemmeno con quale raccolta punti? – Le chiese ironica. – Cerca di chiudere quella boccaccia fitusa – le sussurrò a denti stretti Angelica e subito dopo, rivolta di nuovo a Giovanna, riprese rabbuiata: – Io, veramente, mi sento la vittima di una congiura che ci vuole rovinare la vacanza. Abbiamo dei servizi che fanno proprio pena! Ieri tutto il giorno abbiamo aspettato, perché ci dovevano aggiustare quattro rotelle a quel maledetto traghetto. Oggi siamo tornate agli imbarchi per sentirci dire che, anche se il guasto era stato riparato, la nave non poteva partire lo stesso, perché il mare troppo agitato era. Perciò ci toccava o aspettare fino domani, o chiedere, per raccomandata, il rimborso del costo del biglietto già pagato. Che porcheria! Abbiamo deciso di prendere un aliscafo, da Porto Empedocle a Lampedusa, e poi quella barchetta traballante che ci ha portato fino a qua. Non l’avessimo mai fatto, che viaggio schifoso! Io non ci voglio pensare ancora, a come dobbiamo fare ad andarcene da questo posto.-

Giovanna sconcertata da tanta prolissità la fissò intensamente, quasi chiedendole con lo sguardo da dove provenisse tanta verbosa prosopopea. Pensò a cosa risponderle ma decise mentalmente che, ogni sua rassicurante parola, non sarebbe servita a nulla. Tentò allora di cambiare discorso e si rivolse all’altra: – Lei deve essere la signora Alessi. La attendevamo per stamattina, ma immagino che abbia avuto le stesse difficoltà della signora Arcadipane.-
– Scusate, non mi sono ancora presentata, molto piacere, Lucia Alessi. Ho incontrato la signora Arcadipane con la figliola, al molo di imbarco di Porto Empedocle. Era in visibile stato di confusione così l’ho persuasa a calmarsi e insieme abbiamo deciso di optare per un aliscafo. Abbiamo viaggiato insieme. Certo, la traversata fino a Lampedusa è stata piuttosto ondosa, ma non impossibile, Angelica non è abituata al mare e si è un tantino, come dire? ...epouvante... impressionata!-

Sorrisero tutte e finalmente ci fu un attimo di silenzio, mentre finirono di sorseggiare il caffè. Espletate le formalità di registrazione dei documenti, Salvo le accompagnò alle rispettive camere. Giovanna sentì, con sollievo, allontanarsi su per le scale il ronzio fastidioso della voce di Angelica Arcadipane che, come un disco incantato, aveva ricominciato a raccontare le disavventure della sua vita a Salvo.

Dopo aver rigovernato la cucina, Giovanna andò a sedersi sul divanetto dell’ingresso e cominciò a sfogliare il giornale lo-cale che le aveva portato don Carmelo: la prima pagina era oc-cupata interamente dall’assassinio del signor Leone e dall’ondata improvvisa di maltempo che li avrebbe investiti ancora per diverse ore. Stava osservando la fotografia sfocata della vittima quando, alle sue spalle, sentì la voce stridula di Cristoforo Colombo che commentava: – Un delitto piuttosto squallido, eh? Un uomo dall’aria così sciatta, in un luogo così periferico, abbandonato dagli uomini e da Dio, naturalmente nessuno ha visto nulla... profondo sud, profonda miseria...-

Giovanna stava cominciando ad irritarsi, avrebbe gradito qualche istante in più di tranquillità. Possibile mai che quel ragazzo non trovasse di meglio da fare che starsene appiccicato alle sue spalle? La corte, che all’inizio l’aveva lusingata, adesso cominciava proprio a stufarla, ma quello continuava imperterrito con i suoi discorsi banali: – ho seguito tutti i notiziari: profonda ignoranza, profonda omertà.- Giovanna stava per rispondergli: “Profondo scocciatore, perché non te ne torni da dove sei venuto?” Naturalmente si trattenne dal farlo, perché era una signora ben educata.

– Secondo me... – si intromise la voce del dottore. In effetti, pensò Giovanna, se ne sentiva proprio la mancanza, – ... una persona simile ha avuto esattamente ciò che si meritava!
– Oh! Dunque lei pensa che la pista dell’usura sia quella giusta?
– Non ho detto niente di simile, caro il mio signor Cristoforo.
– Lei conosceva la vittima?
– Io? Ma neanche per sogno, ma come si permette? Io non conosco quel genere di persone.
– Ma, se non lo conosceva, come fa a sapere che tipo di persona fosse?
– Ma che discorsi mi fa? E lei, allora? Voi giovani, pensate? Pensate di pensare! In realtà sputate solo sentenze, non avete capito proprio niente, questa è la verità. – continuò il dottore con aria di sufficienza, ma l’altro ribatté con l’ironia di chi la sa lunga: – Che vuole fare: profondo sud... profonda miseria... – Ho capito, ho capito cosa vuole dire, è da mezz’ora che ripete sempre lo stesso ritornello: “profonda omertà e profonda ignoranza”. I soliti pregiudizi superficiali di voi settentrionali. Ma che cosa ne potete sapete voi del sud? Ci venite in vacanza per qualche giorno e pretendete di sapere tutto. Lei vorrebbe liquidare la faccenda così semplicisticamente? La verità, io le ho già detto, è che lei non capisce proprio nulla. Come tutti i polentoni.
– Come si permette di rivolgersi a me con questo tono? Lei è un vecchio maleducato! – Colombo aveva alzato la voce ma il dottore dimostrò di esser capace di fare di meglio: – E lei è un giovane arrogante e scriteriato!- Gli gridò. La discussione stava prendendo decisamente una brutta piega, Giovanna per evitare che si scatenasse un’autentica rissa si intromise: – Per favore, dottore, le dispiacerebbe cercare di sintonizzarmi il televisore sulle emittenti locali? - Gli sorrise porgendogli il telecomando e con suadente sventolio di palpebre lo spinse delicatamente verso la sala. Poi dimostrando palesemente di non capire un accidente di trasmissione di segnali, aggiunse: – Lo vede? Il digitale non arriva bene: il vento deve aver disconnesso le frequenze.

Sistemato il dottore, tornò indietro, prese sottobraccio il signor Cristoforo e, costringendolo con soave energia a seguirlo, lo spinse a sedere sul divano del salotto e gli mise in mano il quotidiano locale: – ... forse è stato strangolato, i Carabinieri indagano, tutti i particolari in cronaca, legga, legga pure! – Così ne avranno per un bel po’ – pensò fra sé, dirigendosi verso la sua camera, decisa a guadagnarsi qualche attimo di pace.

Il dottore dopo alcuni minuti entrò nel salottino. Cristoforo dapprima finse di non accorgersi della sua presenza, poi sprofondò fra i cuscini del divano accanto alla stufa mormorando con voce sinistra: – Ha mai pensato, dottore, a cosa si prova ad essere strangolati? Lei è un medico legale, non è vero? Ne avrà visti tanti di morti, ... ammazzati, ... annegati, ... strangolati, ... o no? - Salvo sopraggiunse appena in tempo per evitare che anche in casa si scatenasse un uragano. Affrettandosi a cambiare discorso, prese il foglio delle previsioni del tempo e cominciò a leggere ad alta voce: – Una vasta area di bassa pressione investe il bacino del Mediterraneo, si prevede una perturbazione che si abbatterà sulle coste meridionali della Sicilia e sulle isole minori, proveniente dall’Africa. Si attendono nubifragi sparsi a carattere breve, ma intenso. Venti forti da sud-ovest, mari molto mossi, temperature in diminuzione.- Concluse commentando: – Ne avremo al massimo per un paio di giorni, poi cambierà la luna e tutto si aggiusterà. Se siamo fortunati, questo maltempo porterà via lo scirocco. Sapete, in genere l’isola è meravigliosa, si può pescare, nuotare e prendere il sole perfino nel mese di dicembre. Vedrete!

Il suo tentativo di cambiare discorso non sortì l’effetto sperato, ma troncò le discussioni. Languì il silenzio. Salvo ripiegò il giornale e rimase appoggiato alla vetrata della finestra, a guarda-re verso il cielo grigio, senza orizzonte, che si confondeva col mare in burrasca. Poco dopo entrò Giovanna, li raggiunse servendo biscottini e fumanti tazze di the. Restarono a sorseggiare la calda bevanda in silenzio, ciascuno immerso nei propri, agitati, pensieri.

Accoccolati ad ascoltare il mare quanto tempo siamo stati senza fiatare seguire il tuo profilo con un dito
mentre il vento accarezzava piano il tuo vestito e tu fatta di sguardi tu e di sorrisi ingenui tu
e poi chiudere gli occhi non pensare più senti freddo anche tu senti freddo anche tu
e nascoste nell'ombra della sera poche stelle ed un brivido improvviso sulla tua pelle.
e tu in un sospiro tu in ogni mio pensiero tu ed io restavo zitto io per non sciupare tutto io
e mi piaci di più e mi piaci di più forse sei l'amore e adesso non ci sei che tu soltanto tu
e sempre tu
che stai scoppiando dentro il cuore mio ed io che cosa mai farei se adesso non ci fossi tu ad
inventare questo amore.

Elvira Siringo

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N.B. Tratto dal romanzo di Elvira Siringo - La zia di Lampedusa - Morrone editore. Per richiedere la copia cartacea scrivere a laziadilampedusa@alice.it o visitare il sito www.laziadilampedusa.fan-club.it

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