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25 Maggio 2011 | 08:30 |

Un giorno a Cardiff

Millennium Stadium

Nella vita di ogni appassionato ci sono dei momenti che non si dimenticano: la prima partita, la prima vittoria, e così via. In questo caso però non è di partite giocate che si parla, ma di un altro genere di cose.

Immaginate di vivere la vostra passione con devozione, aspettando le partite di livello internazionale con trepidazione e curiosità. Adesso immaginate di poter vedere la partita più importante della stagione in Europa dal vivo.

Cardiff, Millennium Stadium, 21 Maggio 2011. Probabilmente una data indimenticabile. Toccare e sentire un briciolo di “vero” rugby, lì dove questo sport si respira fin da bambini, è un'emozione indescrivibile. Ma andiamo con ordine. Cardiff è davvero una città di rugby. Lo vive orgogliosamente tutto l'anno e lo testimonia il numero di negozi e di pub in cui è possibile vedere le partite sugli schermi di una televisione. Del resto un vecchio adagio dice che i Gallesi giocano a rugby perché la maggior parte di loro è stata concepita proprio su un campo!

I pellegrini della Heineken Cup colorano le strade fin dalla prima mattina dei colori delle loro squadre del cuore. Oltre a Leinster, squadra irlandese di Dublino, e Northampton, squadra inglese, - protagoniste della finale - anche Munster, Stade Toulousain, Cardiff Blues (ovviamente), Ospreys, Scarlets, Dragons, Peprignan, Biarritz, Stade Francais, e ancora Leicester Tigers, London Halequins, London Saracens, London Wasps e Sale Sharks, ma anche squadre d'oltreoceano, come Otago e Waikato neozelandesi, Sharks sudafricani e Reds australiani, in una babele di esperienze davvero formidabile. Direte voi: e gli italiani?

Noi in questo frangente, chissà perché, vestiamo tutti alla stessa maniera: maglia o polo o felpa della Nazionale, a ribadire il nostro senso di appartenenza primario, cosa che in comune, ma solo dal punto di vista formale, abbiamo con gli scozzesi. Le differenze tra noi e il resto dei 75000 circa avventori per la finale sta principalmente in questo: noi siamo lì per dire che ci siamo, che il rugby che conta per noi non è cosa sconosciuta e lontana; loro sono lì perché quel rugby lo vivono giornalmente da generazioni. Gli italiani raramente entrano nei pub e si mescolano ad altre comitive, mentre irlandesi, inglesi e francesi spesso fanno a gara ad offrirsi intere pinte di birra.

Ecco un altro punto peculiare: bevono tutti, uomini e donne, a partire dai ventun anni e sembra che da quel momento non abbiano più smesso, se non per respirare. La prima vera partita si gioca fuori dal campo, cercando di restare in piedi prima che cominci la partita. Durante la giornata – la partita è alle 17 – l'atmosfera pre-partita sale lentamente fino a toccare il suo top già a un'ora e mezza prima del calcio d'inizio, quando i cancelli del Millennium Stadium sono aperti. Per le strade, allora, Cardiff passa da città turistica con qualche possibilità che si possa disputare un grande evento a città che in quel momento ospita il centro del mondo rugbistico per l'Emisfero Nord.

Bandiere, magliette, mise particolari vengono adesso sfoggiate con un'ostentazione maggiori e prendono significato proprio nella folla: vichinghi, mimo francesi, Asterix, Puffi, Superman, crociati, gente con la pelle dipinta dalla testa ai piedi, scozzesi con il kilt e gallesi con il gonnellino cantano per le strade che portano ai ben 7 gate dello Stadiwm y Mileniwm, così in cimbrico. I cori di sfida tra le due squadre sono festosi e mai d'insulto e la gara consiste nel cantare più a squarciagola possibile gli slogan della propria squadra. Non che in questo i sudditi di Sua Maestà abbiano una particolare inventiva, dato che per i tifosi del Leinster l'unico grido di battaglia era “Leinster, Leinster”, ripetuto ossessivamente dalle 12 per tutta la città, mentre i Saints cantavano “Oh when the Saints go marchin' in”.

È adesso che comincia un'altra storia. Mentre si sale per le scale che conducono ai settori da cui si vedrà la partita, pensi che il Millennium Stadium tutto sommato non è che sia questo granché. Dentro infatti, prima dell'accesso al campo, è piuttosto essenziale, tranne che nelle tribune d'onore, dove non mancano comfort di ogni genere. A un tratto, cambia però qualcosa. Lungo gli oltre sette piani di scale (sette sono i livelli dello stadio) che conducono al mio sedile, un vento freddo e incessante aveva carezzato le mie membra, sembrando uno di quei venti del Nord forieri di pioggia ma, una volta intrapresa l'ultima breve rampa che conduce ai posti, ecco il vento cessare. Cominci a intravede le strutture interne dello stadio, la volta chiusa per l'occasione, dato il rischio di pioggia e le molte luci ad illuminare spalti e campo, poi finalmente guadagni l'intera prospettiva e resti senza fiato.

Il prato verde curato al dettaglio è una calamita cromatica per ogni avventore e ti cattura un senso di vertigine. Ti rendi finalmente conto di essere in uno dei grandi tempi del rugby, che ha ospitato partite di livello inimmaginabile e che fino a quel momento hai osato guardare solo in televisione e adesso sembra quasi sia possibile toccare con mano. Il campo è lì, perfetto, incastonato tra tribune costruite per dare a tutti un'emozione differente a seconda del posto in cui siedano, facendo sì che anche i più alti, come me, non si sentano lontani dal centro. Il manto sparluccica di smeraldo ed è talmente perfetto che è possibile vedere le orme lasciate dagli steward per arrivare al loro posto di osservazione pre-partita.

Intanto hai capito che vuol dire vivere il rugby. Fuori intere famiglie, con bambini ancora in fasce al seguito, cercano il loro posto tra gli spettatori della partita, mentre i bambini più grandi si sfidano a calci o passaggi per le strade o sul prato del Cardiff Arms Park, adibito per l'occasione a stand degli sponsor principali, in cui ascoltare musica dal vivo, fare foto e avere autografi di alcuni dei migliori giocatori della scena internazionale (quattro nomi per tutti: Stephen Jones, Manuel Contepomi, Byron Kelleher ed Alun Wyn-Jones, oltre a Mauro Bergamasco, Sergio Parisse e gli altri dello Stade Francais che avevano giocato il giorno prima la finale di Challenge Cup) e giocare con una palla. Lì capisci cosa significa che il rugby è lo sport nazionale. Dai 7 anni in su la maggior parte dei giovani spettatori della partita sa maneggiare il pallone con precisione e perizia, esibendo colpi che qui in Italia varrebbero serie già di un certo livello. Ecco ciò che manca ancora all'Italia: bambini capaci di queste performance a qualunque latitudine si trovino, seguiti da allenatori capaci che li guideranno nel mondo della palla ovale per almeno 35 anni della loro esistenza. Questo per noi è ancora utopia.

Ma torniamo alla partita. Non esistono settori riservati all'una o all'altra tifoseria, ma tutti sono mischiati tra loro, in una commistione cromatica e umana davvero commovente, in cui il tifoso del Northampton beve, ride e scherza con quello del Leinster, perché primariamente li unisce la passione comune, e tutto questo ti mette in pace con te stesso. Entrano in campo le squadre per il riscaldamento prima e per il calcio d'inizio poi e senti il boato del pubblico farti salire forti brividi lungo la schiena. Milioni di persone seguono questo evento con trepidazione, sperando che sia una bella partita. Al di là di ciò che ha regalato la partita – ben sette mete e un recupero dei blu d'Irlanda che ha dell'inimmaginabile, regalando la loro seconda coppa europea maggiore – ciò che conta è l'atmosfera di tensione sportiva positiva, cosa che porta i tifosi di entrambe le squadre ad applaudire le migliori giocate anche degli avversari, a tenere il silenzio quasi religioso durante i calci di punizione ed infine a congratularsi con i vincitori con un sorriso, magari amaro, ma con un grande sorriso, che racconta quanto prima di tutto il rugby sia una festa ed essere lì un dono che non va sprecato in inutili tafferugli e contrapposizioni violente.

Così, mentre dentro il campo ancora sfilano i grandi campioni di entrambe le squadre, fuori i pub sono di nuovo pieni e si fa a gara di prodigalità nei confronti degli avversari e dei compagni, perché bere da soli è qualcosa di inconcepibile. Sarà festa fino all'alba, con buona parte della gente ubriaca, ma senza che ciò diventi molesto, semmai, anzi, foriero di allegria. Lascio Cardiff per tornare a Londra con qualcosa che queste parole possono solo raccontare in parte e con un senso di mestizia per non poter essere parte di questo mondo sempre. Ma forse è meglio così: alla fine potrebbe banalizzarsi, se vissuto giornalmente.

Fabrizio Blandi

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