Procuratore Grasso, dopo l'analisi di Cosa Nostra fatta in seguito all'arresto di Bernardo Provenzano, che genere di testo è quello che ci troviamo di fronte oggi?
Beh, si tratta di un testo senz'altro molto più biografico, specialmente all'inizio. Racconto della mia esperienza di giovane prima e di magistrato poi. Parlo del mio primo incarico a Barrafranca e del mio successivo approdo a Palermo. Descrivo come volessi a tutti i costi fare il giudice durante il Maxiprocesso e anche il lavoro svolto durante il periodo di consulente della commissione antimafia. Metto nero su bianco i miei rapporti con Giovanni Falcone e anche la mie nomine a procuratore aggiunto presso la procura nazionale antimafia - la stessa che guido come procuratore nazionale dal 2005 - e quella a procuratore capo di Palermo. Il mio ruolo adesso mi porta a occuparmi non più solo di Cosa Nostra, ma anche delle altre criminalità organizzate del sud Italia (la 'ndrangheta calabrese, la camorra campana, la sacra corona unita pugliese) e di tutte quelle del mondo (la triade cinese, la mafia russa, ecc. ecc.). Alla fine del libro affido le mie riflessioni: la mafia come metafora del potere, i problemi incontro ai quali va la giustizia e la speranza, nonostante tutto, che le cose possano cambiare, dettata dai nuovi segnali che, da qualche anno a questa parte, arrivano dalla società civile.
Ecco, proprio per tornare alla sua biografia, vorremmo che ci dicesse com'è stato il suo primo incontro/scontro con Cosa Nostra di cui, forse, si è occupato un po' prima rispetto a Falcone e Borsellino.
Non è del tutto esatto. Sì, mi sono dovuto occupare di alcune indagini di mafia pochi anni dopo essere entrato in magistratura, ma ho cominciato a capire cosa fosse realmente Cosa Nostra solo leggendo i documenti redatti da quel famoso primo pool antimafia, di cui facevano parte anche Falcone e Borsellino, che istituì il Maxiprocesso negli anni '80. Non dimenticherò mai, inoltre, le deposizioni dei collaboratori di giustizia più importanti che la nostra storia abbia mai avuto, come Tommaso Buscetta e Totuccio Contorno.
Ci sono altri momenti che ricorda con particolare emozione del suo ruolo di giudice a latere nel Maxiprocesso?
Senz'altro. Il primo giorno, quando misi piede per la prima volta nell'aula bunker, entrai con un groppo alla gola tale da non riuscire neanche a parlare. E, sempre tornando a Buscetta, mi emozionò molto sia il suo primo ingresso in aula che il suo confronto con Pippo Calò. E poi tutto il processo fu costellato da episodi a volte persino divertenti, pur nella loro drammaticità.
La sua lunga carriera l'ha condotta a lavorare con organismi giudiziari, ma anche istituzionali. Ritiene che esista un ruolo più o meno privilegiato nella lotta alla mafia o che siano utili tutti, allo stesso modo?
Forse dirò una cosa scontata o che può apparire retorica, ma è quello che penso. La mafia può essere combattuta da qualsiasi postazione e in qualsiasi luogo, a Roma come a Palermo. Può - e deve - essere combattuta dalle forze dell'ordine, dai magistrati, ma anche da tutti i cittadini. Credo che tutti ormai, non solo gli addetti ai lavori, abbiamo capito cosa sia realmente la mafia e quali conseguenze comporti nelle nostre vite. Non possiamo continuare a farci condizionare così.
E il ruolo della stampa quale deve essere?
L'ho detto più volte e lo ribadisco. La stampa deve sempre parlare di questi fenomeni, ma lo deve fare nel modo corretto. Senza mitizzare figure di boss che tutto sono, fuorchè mitiche. Un po' come fanno certe fiction alle quali io farei seguire dei dibattiti per illuminare le menti dei più giovani.
A questo proposito, ricordiamo le polemiche che seguirono la proiezione de "Il capo dei capi". Pensa che anche la serie che sta andando in onda attualmente - "Squadra antimafia. Palermo oggi" - mostri qualcosa di non troppo aderente alla realtà?
Non lo so. Non posso giudicare nel caso specifico, anche perchè non ho visto neanche una puntata della serie televisiva da lei citata. E' innegabile, però, che Palermo sia diversa rispetto a com'era negli anni più caldi delle guerre di mafia. E credo anche che nessuno possa mettere in dubbio che il lavoro delle forze dell'ordine e della magistratura abbia messo in seria crisi le organizzazioni criminali.
Barbara Giangravè