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12 Ottobre 2011 | 08:30 |

Altrove - Riflessioni di chiusura

Altrove

E così siamo arrivati all'ultimo giro. Un'esperienza forse troppo corta, sicuramente intensa, che spero abbia divertito, ma soprattutto fatto riflettere chi mi ha letto.

L'ultimo articolo. Avrei tante cose da dire in quest'ultimo articolo, ma, come ogni riflessione densa, resta un'impresa complessa e spesso portata a essere fraintesa.

Lungo lo svolgimento delle quattro rubriche che ho messo insieme (Racconti di rugby, Università, Granelli di sabbia e Continente Sicilia), ho cercato sempre di descrivere il mondo, di trovare una chiave di lettura che, lungi dall'essere onnicomprensiva (non è quello lo scopo, sempre che una lettura onnicomprensiva sia possibile), fosse condivisibile e soprattutto orientata sul senso della riflessione.

Mostrare la costruzione di un pensiero, quasi come mostrare il meccanismo che fa muovere un orologio, allo stesso tempo facendo in modo che fossero visibili gli eventuali falli del mio discorso, così da poterne discutere. Mica cosa da poco e, probabilmente, come tutte le imprese legate alla comprensione tra individui, avendo come tramite il linguaggio o qualunque altro tipo di convenzione logica (quindi pressoché tutti i tentativi di comunicazione della nostra specie), è riuscita a metà. Fa parte delle cose, del resto.

Questo fine settimana ho avuto occasione di passare del tempo con un amico Svizzero-Sudafricano e parlare un po' di questa terra nuova, del nostro mondo, delle nostre avventure circa il mondo. Raccontarsi attraverso i luoghi vissuti mi ha reso ancora più nostalgico di ciò che adesso mi manca dannatamente. Quei posti, che temo sempre di dimenticare, ma di cui basta il nome per evocare un ricordo, un odore, un'impressione.

Eccomi, a un mese e mezzo circa dalla mia partenza, a pensare già al mio ritorno, tentare di focalizzarlo e aggrapparsi a quell'idea, per trovare conforto a una città di cui, sebbene cominci a intenderne i meccanismi, resta ancora molto lontana la possessione piena. Neuchâtel è un luogo che vive ciclicamente di malinconia, forse anche per questo in questo humus ci sguazzo facilmente e lascio vivere i miei pensieri nostalgici. In un certo senso, seppure con vite e storie molto diverse, io e il mio amico sperimentiamo la doppiezza tipica di chi ha il cuore da un'altra parte. Da un lato la necessità di vivere questa parte della propria esistenza in Svizzera, necessità che spesso, sia chiaro, è piacere. Dall'altro il richiamo forte di una terra che pulsa dentro rabbiosamente, dolorosamente.

Non bastano i social network, né Skype. Vedere i propri amici da lontano, essere spettatori delle vite altrui ci ferisce mortalmente. Dentro ogni video e ogni foto rievochiamo l'analogia di momenti simili o cerchiamo di immaginare la porzione di straordinarietà di una nuova esperienza. Torturati dall'impotenza della distanza, siamo aggrappati ai nostri momenti di intima mancanza. Dietro ogni ricordo ferito, poi, si nasconde sempre una donna, capace di muovere i nostri destini verso di lei o lontano da lei, per non appassire, non troppo velocemente, almeno. Il mondo, per questo, resta altrove.

Siamo noi che ci muoviamo, sempre lontani da un centro relativo, eppure sempre cautamente vicini. Per questo il nostro occhio cade languido sulle foto nuove, su ogni frammento di una vita in cui come per incanto tutto poteva essere. Parlo adesso con l'idea della mancanza del mio posto di provenienza. A “luogo” preferisco “posto”, per la sua accezione statica e insieme di appartenenza. Posto, participio del verbo porre, come di una “mano” che ci ponesse arbitrariamente lì dove siamo nati e viviamo, ma anche posto, come “a posto”, come un ordine mentale che, per quanto relativo e spesso viziato da crepe, da dubbi, da sciagure, dalla paura del futuro, fa in modo che la nostra visione non sia turbata dalla mancanza di senso. Non avere senso, a mio parere, è non esistere. Non basta essere posti, ma bisogna anche saper essere a posto.

Ci raccontiamo le rispettive storie, storie di un altrove immaginato e sofferto. Sono le storie di altri posti, di altre persone, cui abbiamo donato qualcosa che non vorremmo mai tornasse indietro, per quanto talvolta il silenzio della lontananza, di un lento ma inesorabile processo di oblio, reso più dolce dalla routine, ci conduca ancora oltre. Vele spiegate al vento, navighiamo spesso senza bussola, contenti della nostra ignoranza, schiacciati dalla nostra ignoranza, persi. Altrove.

Fabrizio Blandi

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