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20 Agosto 2011 | 06:00 |

Il parco

parco

Ultimo fine settimana in compagnia dei racconti di Francesco D'Agostino. Sicilia On Line ha pubblicato una nuova rubrica tra i suoi speciali, interamente composta dai suoi scritti. Oggi è la volta di Il parco.

La città di Esperide si era sviluppata attorno ad un parco circolare. Ancora oggi nessuno sa spiegare a memoria umana se sia stato prima il parco o le abitazioni nel delineare tale configurazione. Sviluppatasi a ridosso di esso, tutte le facciate principali delle case con le loro aperture: le finestre, le verande ed i balconi, godevano della vista panoramica prospiciente al verde sottostante. Tra il parco e le case si sviluppava una strada asfaltata di servizio. Dietro la cortina continua dei palazzi costruirono gli edifici avente la destinazione di servizio pubblico ed a carattere commerciale, di modo che non venisse sprecato spazio a svantaggio delle civili abitazioni.

Quest’unico polmone verde di circa una ventina di ettari veniva a sua volta attraversato da un piccolo corso d’acqua che dopo qualche cascatella ed alcune anse alimentava un piccolo laghetto artificiale. Qui si potevano noleggiare delle barchette ove i natanti potevano trascorrere delle ore a pescare o contemplare la coppia dei cigni e le piccole comunità di uccelli migratori. Qualche sentiero attraversava l’intera sua superficie ricca di vegetazione, penetravano all’interno del boschetto di leccio e tra i prati verdi che venivano utilizzati per gli spazi ricreativi: picnic, sport all’aria aperta e qualche attività di spettacolo locale. Alcune panchine con annesse le fontanelle di fianco, intervallavano il loro percorso.

Anche i bambini godevano di un parco giochi, potevano scorazzare gioiosi e festanti sotto l’egida scrupolosa dei genitori o dei nonni. Quest’ultimi si riunivano al gioco delle bocce, fissando dei tornei di quartiere. Insomma, un piccolo paradiso dove tutta la cittadinanza viveva direttamente i vantaggi e le comodità del parco.

Menelao, il direttore delle poste in pensione vi passeggiava il suo Duck, un innocuo piccolo foxterrier per i bisogni fisiologici, liberandolo dal guinzaglio lo faceva alacremente correre in mezzo alle siepi. Osvaldo il panettiere innamorato della sua Agnese, giornalmente raccoglieva violette, nasturzi e narcisi, formando un bouquet colorito e delicatamente profumato per la sua bella. Adorava quei timidi fiori di campo, naturali, spontanei, ornamentali pur nel risultare senza grandi pretese; creature che allietano nel popolare il nostro mondo naturale. Tarcisio il muratore, da qualche mese che era disoccupato, sbarcava il lunario pescando qualche trota o pesce gatto. Benedetto l’entomologo e naturalista, sempre buttato nel parco alla ricerca degli insetti per catturarli, catalogarli e studiarli. Non era nuovo nel vederlo ogni tanto correre col naso per aria, impugnare il retino all’inseguimento di qualche variopinta farfalla. Alcuni condomini del quartiere popolare a sud della città, lungo la striscia di terra delimitata dal ciglio della strada realizzarono una siepe con le stesse essenze floreali che dapprima crescevano nei loro balconi.

Stavolta in tacito accordo ed in segreto pian piano oltre la siepe, parallela ad essa, coltivarono degli ortaggi. Da qui la corsa nel produrre per il proprio fabbisogno cavoli, broccoletti, radicchio e piante aromatiche; in tutto questo, data sempre l’esigua superficie che veniva ad occupare quella coltivazione, le autorità furono tolleranti e decisero di chiudere un occhio. Così facendo consentivano quel piccolo sostentamento che non guastava in un bilancio economico già precario che attraversavano alcune famiglie di quel quartiere.

Lo stesso fu per Paride il fioraio, avuta la concessione dal comune costruì una piccola serra, consentendogli la propria produzione floreale e di qualche ibrido sperimentale. Forse partì da questo espediente che il comune colse questo lato evocativo del parco, per varare assieme a degli imprenditori la progettazione sperimentale e la manutenzione del verde ornamentale, forestale e giardinaggio il cui fine oltre che attivare un’azione di sviluppo commerciale del comparto, portasse dei lauti guadagni ed avrebbe consentito degli introiti nelle casse comunali.

Inizialmente i lavori in corso non sottraevano grandi spazi di verde pubblico alla cittadinanza. Ogni tanto, qualche area veniva delimitata dai picchetti collegati dal nastro di plastica bianco e rosso con delle affissioni dichiaranti il divieto di attraversamento per via dei lavori che si svolgevano al suo interno. Queste attività destarono interesse e curiosità. Il cittadino comune che si trovava a passare chiedeva agli uomini equipaggiati dalle tute verdi, ove riportavano i loghi del comune e dell’imprese appaltatrici, cosa stessero a fare nel vederli lavorare la terra (scavare, piantare nel terreno semi, bulbi, tuberi, germogli e altri organi vegetali).

Più avanti, in via di completamento la costruzione di una serra dal design moderno ed avveniristico. Alcuni di loro pazienti saziavano la loro curiosità spiegando che loro erano una squadra operante di florovivaisti specializzati nel settore biotecnologico, lavoravano per il miglioramento genetico delle specie vegetali. Indicavano compiacenti i punti in cui avevano piantumato le varie essenze floreali, che nel giro di poco tempo li avrebbero visto crescere descrivendone il portamento, la forma, il colore dei fiori e delle loro foglie. Accennarono pure con orgoglio nell’accendere la curiosità dei presenti al piccolo settore delle piante esotiche, alcune sconosciute, in particolare su quelle cosiddette carnivore. Subito dopo dietro le spalle dei passanti si sollevò un urlo di protesta.

Era Poldo, il povero ed innocuo barbone del parco, ma stavolta era fuori di sé ed inveiva verso gli operai che da qualche giorno lo fecero sgombrare, distruggendo il suo capanno che si trovava dove adesso stavano costruendo la serra. Lanciava invettive verso il sindaco e la sua giunta accusandoli di speculazione e di non raccontarla giusta ai suoi concittadini sulla reale attività sperimentale all’interno di quella serra, del parco e della loro salute, dato che sui sacchi dei fertilizzanti e disinfestanti si era accorto che non veniva riportata nessuna descrizione sulla natura chimica del composto.

I presenti senza prestare alcuna attenzione ai suoi anatemi, sorridendo e scrollando le spalle lo lasciarono sbraitare e si allontanarono. Poldo sempre più infuriato prese a sassate la squadra degli operai. Solo l’intervento dei vigili lo fece dissuadere dal continuare la sceneggiata, allontanandolo dal luogo quasi trascinandolo a forza per poi rabbonirlo improvvisando una piccola colletta in denaro e una colazione al bar per chiudere bonariamente quell’incidente.

L’inverno ammantò di bianco l’intero parco. Le gelate consentirono di far pattinare su ghiaccio presso i bordi del laghetto. Alcuni gruppi di bambini oltre a lanciarsi palle di neve slittavano scivolando dai preesistenti dossi di terra innevati. Qui e lì vi erano disseminati alcuni pupazzi di neve, frutto di quelle poche attività ricreative all’aperto che si potevano svolgere in quel periodo dell’anno. Osvaldo aveva ben poco da raccogliere per la sua bella, qualche timido fiore sbucava dalla coltre di neve: dell’erica,alcuni ciclamini e qualche bucaneve, riusciva appena a completare un mazzolino di fiori.

Poi venne la primavera. La natura ebbe l’ennesimo risveglio. Gli alberi si ricoprirono di verde fogliame ed i prati si punteggiarono di macchioline variopinte dai ridenti fiorellini. La presenza umana si fece più copiosa all’interno del parco, così quella dei piccoli mammiferi e degli insetti, ma l’attrattiva maggiore della gente la destarono quei germogli abbastanza vigorosi ed irti come lance che erano cresciute a vista d’occhio, nel punto dove avevano visto anche piantare in precedenza i germogli nell’area delimitata dagli uomini con le tute verdi. Subito saltarono agli occhi dei presenti le proporzioni notevoli dei boccioli, immaginandosi già quali enormi e misteriose corolle dovevano schiudersi data quell’insolita dimensione.

Difatti non passarono molti giorni e nel ritornarci non finirono di stupirsi dello spettacolare sbocciare di quei fiori così belli a vedersi; mastodontici e superbi. I più piccoli avevano la dimensione del palmo di una mano, tutto il resto erano gerbere di stelle dai petali smisurati dai mille colori, tromboni di ibisco dove turgidi pistilli color arancio fuoriuscivano dal centro delle corolle dai petali rossi screziati di nero e come canne di fucile sparavano dalle loro bocche una raggiera di stami ricchi di giallo polline, ove api e calabroni vi orbitavano attorno.

Fecero occhio verso le piante esotiche e li in mezzo alle orchidee notarono le piante carnivore, i fiori con i petali dal bordo rostrato ricche di liquido in cui ci si erano invischiate una miriade d’insetti, subito dopo i petali come ponti levatoi si alzarono chiudendosi per il macabro pasto e non avevano ancora completata la loro crescita. Tra di loro si domandavano cosa ne sarebbe uscito fuori. Di certo nessuno le avrebbe volute in casa. Mentre stavano ancora ad ammirare la bellezza inusuale ed accattivante di quei fiori, si fece largo tra di loro quasi a sgomitare Osvaldo.

Si avvicinò a ridosso della delimitazione del nastro piegando il proprio busto in avanti, avvicinando la testa per arrivare ad annusare i fiori più vicini. Stette per un po’ di secondi interdetto ad osservarli meglio, non avvertendo nessun odore. Stavolta si aiutò con la mano avvicinando il gambo di alcuni di essi per riannusarli meglio, infastidito per la loro mancanza di profumo sempre con la mano diede un schiaffo di traverso ricacciandoli indietro e sputando per terra e senza guardare in faccia i presenti con l’espressione schifiltosa girò i tacchi e si allontanò mugugnando.

Quello che loro osservavano era il frutto dei vari incroci operati per aumentare la resistenza, la longevità ed i colori, mentre la diminuzione o lo svanire dei loro profumi era uno degli effetti collaterali. Per il comune il risultato del progetto riuscì incoraggiante nei suoi profitti, quel dato portò ad intensificare la produzione della floricoltura con la conseguente sottrazione di altre aree del parco per consentire anche l’estensione sperimentale delle colture delle essenze arboree. Da quel momento il parco divenne un immenso cantiere di squadre operanti: altre delimitazioni, picchetti, recinzioni e piantumazioni. La gente dalle loro case osservava tutto quel gran da farsi ed incominciò ad avvertire la sensazione di subire un abuso da parte del comune con la conseguente perdita di un loro naturale patrimonio.

Stavolta oltre ai fiori videro piantare e crescere accanto al boschetto di leccio un’altra giovane macchia boschiva e dei filari di alberelli, di cui una buona parte di essi destinati a proporsi nella forma del gusto appariscente e dalle grandi dimensioni. Passarono i mesi e le stagioni. Benedetto l’entomologo, non si dava pace sul mistero inquietante che era calato da poco tempo nel parco. Nelle sue ultime uscite alla ricerca di alcuni stercorari e lepidotteri ne riscontrava la scarsissima presenza e l’improvvisa moria di una buona parte di essi, vedendo disseminate le piccole carcasse in vari punti del parco. A quel punto decise di prelevare alcuni campioni per farli analizzare nel vicino gabinetto di analisi dell’università di agraria.

Osvaldo da tempo s’infuriava nel vedere quelle nuove specie infestanti che sottraevano sempre più lo spazio e la linfa vitale nei confronti dei fiori spontanei, divenendo sempre più difficile il loro reperimento. Menelao, il vecchio direttore subì una perdita più grave, il suo Duck il piccolo foxterrier era sparito nel parco in circostanze misteriose, subito coinvolse nelle sue indagini i vigili del parco ed affisse in un battibaleno nei muri delle case e sui tronchi degli alberi il foglio che manifestava la scomparsa del cane, facendo leva sull’aiuto dei suoi concittadini.

I vigili varie volte lo interrogarono a riguardo dello spiacevole fatto e lui pronto nel fornire la stessa versione dei fatti additava il sospetto dell’improvvisa scomparsa alle piante carnivore. Era sera e la luce dei lampioncini non potè essere di largo aiuto laddove si fosse diretto il suo Duck. Instancabilmente e con disperazione Menelao raccontava per l’ennesima volta ai vigili che stavolta il cane disubbidendogli al fischio di richiamo s’inoltrò oltre le siepi di lavanda per esplorare la zona dove crescono le piante carnivore. Udì poco dopo, sempre nel buio, un violento scuotimento, un lungo fruscio di fogliame ed il disperato guaire di Duck, poi più nulla. Si poteva pensare anche ad un rapimento dovuto a dei malfattori, dalle deduzioni prudenti dei vigili, ma Menelao era convinto che quelle verdi bestiacce se lo fossero pappato in pochi bocconi.

Paride il fioraio, scocciato per il fatto che il comune stesso gli faceva la concorrenza con l’offerta dei prezzi concorrenziali che praticava nel vicino vivaio, da esperto del settore immaginava da dove potessero provenire quei problemi che si registravano ultimamente nel parco. Alcuni clienti si confidavano raccontandogli di enormi ratti provenienti dal parco pronti ad attaccare nella notte quei malcapitati cani o gatti che si trovavano a passare, uscendone di frequente sconfitti o di strane e losche presenze che si aggiravano e comparivano lungo i sentieri scarsamente illuminati. Così da tempo molte mamme stranite da certe notizie preferirono vietare ai loro figli di giocare e frequentare gli ambiti del parco. La notizia bomba esplose da li a poco. La testata del giornale cittadino un mattino informò a caratteri cubitali del grave pericolo che minacciava l’intera cittadinanza: un’epidemia di virus sconosciuti che si erano propagati misteriosamente nella vegetazione del parco.

L’articolo riportava che dalle analisi di elementi sospetti consegnati da un concittadino entomologo, il gabinetto di analisi scientifica dell’università di agraria dietro l’indagine della magistratura nell’eseguire accurati esami di campionature, diagnosticavano l’esito di una disfunzione dovuta alla poco chiara ricerca dei germoplasma modificati geneticamente dai ricercatori praticanti all’interno della serra comunale.

La città di Esperide fu percorsa da una fobia generale nei confronti del parco. L’amministrazione comunale fu sottoposta sotto commissariato per le indagini in corso, le autorità statali e la protezione civile operarono il sequestro preventivo del parco recintando l’intero perimetro e sottoponendolo a delle ispezioni ed esami per studiare l’intervento appropriato per la futura bonifica. Migliaia di occhi sgomenti puntavano di continuo le attività ed i movimenti che avvenivano nel parco che appariva stavolta con una luce diversa, minacciosa e insicura. Una notte, buona parte degli abitanti fu svegliata nel profondo sonno dalle continue sirene delle autobotti dei vigili del fuoco e dal puzzo di bruciato che proveniva dal parco. Fino alle prime luci dell’alba in mano agli idranti furono impiegate quasi tutte le forze del corpo nello spegnimento dei diversi focolai d’incendio.

Nella tarda mattinata si venne a sapere della matrice dolosa dell’incendio. I vigili della ronda notturna raccontarono di avere bloccato Poldo che dopo aver sfondato la recinzione ed essersi intrufolato nel buio del parco, in pieno stato di ebbrezza farneticava frasi sconnesse nei confronti del sindaco e della turpe giunta, con in mano il fiasco di barbera e nell’altra il tizzone acceso appiccando il fuoco a destra e manca. Quando finalmente lo bloccarono si faceva trascinare a peso morto ridendo e piangendo contemporaneamente.

Durante il processo del declino del parco la sua passata bellezza tramontava, non per il depauperamento naturale della vegetazione ma per le continue e sinistre dicerie degli abitanti di Esperide. Ora si raccontava di ululati strazianti in mezzo alla fitta vegetazione sotto la luna piena emessi da persone affette di licantropia, ora di apparizioni di fantasmi, ed altri addirittura giuravano di avere assistito di nascosto nel cuore della notte alle scorribande di streghe che dopo essersi avventurate nel boschetto improvvisavano nel loro sabba, danze e baccanali davanti a delle oscure presenze sulfuree.

La gente non avendo momentaneamente a disposizione l’ampio spazio comune del verde sottostante dove incontrarsi e socializzare rimediava nei vialetti condominiali, per strada, al bar e nei pub sfogando il loro malessere e la loro inquietudine raccontandosi di mostri e chimere. Parlavano di tutto ed il contrario di tutto, tra le infinite polemiche di litigi, di dichiarazioni, proclami e smentite, interrogandosi sulla veridicità o meno di tutte quelle storie. Questo dibattito continuo si animava nella gente, dividendosi continuamente sul perenne ed unico argomento. Fatto sta, ed in quel punto erano tutti concordi, che di certo al momento il parco era luogo d’inferno.

Francesco D'Agostino

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