Martedì | 02 Settembre 2014 |  
 
24 Giugno 2011 | 12:00 |

Niente più alibi

Marco Pirrone

Quando si pensa all’Università, quello che l’immaginario collettivo partorisce è un sistema immobile, fatto di baronie, di docenti ammanicati con poteri forti.

C’è ancora chi, però, insieme a pochi altri, in un sistema che più globalmente è malato, cerca di cambiare le cose, di non prestarsi a logiche di palazzo, di resistere e dare un’alternativa. Dai tempi della Pantera, primissimi anni ‘90, Marco Antonio Pirrone si occupa di Università, prima da studente, poi da ricercatore in Sociologia alla Facoltà di Lettere e Filosofia di Palermo. Lo incontriamo, per fare un punto della situazione.

Marco, siamo a giugno 2011, cioè a 10 mesi da quando è cominciata la mobilitazione prima dei ricercatori, poi, con le indisponibilità, la mobilitazione di tutto il mondo universitario, con le mobilità che abbiamo conosciuto insieme. A 10 mesi da Agosto 2010, cos'è cambiato? Cos’abbiamo ottenuto? Cos’abbiamo perso?
Rispetto agli obiettivi iniziali, non si è ottenuto assolutamente nulla, perché, una volta che la legge è stata approvata, gli obiettivi principali – che erano quelli di poter mantenere un presidio sull’università pubblica e statale – sono venuti meno. Quello che adesso si sta cercando di fare e che attraverso le lotte la stessa legge ha dovuto recepire, sono alcuni obiettivi minimi: le retribuzioni delle supplenze ai ricercatori e il riconoscimento economico di quello che non vuole essere riconosciuto sullo stato giuridico, dato che si continua ad andare avanti nel formulare e definire l’offerta formativa con il contributo essenziale dei ricercatori. Nello specifico del nostro Ateneo, il fronte di lotta e di rivendicazione è un po’ più ampio. Non dimentichiamo che la legge 133 è tutt’ora operante. I tagli già effettuati e quelli previsti fino al 2013 causano una serie di problemi al reclutamento, e quindi al rafforzamento della classe docente, rendendo l’offerta formativa molto meno efficace. Su questo versante, stiamo cercando di lavorare per un’offerta formativa diversa, pensata su progetti culturali più ampi, incontrando molte resistenze, da parte anche della stessa classe docente, che derivano un po’ dallo scoramento, un po’ dal fatto che probabilmente non si ha ben chiaro il quadro degli effetti che queste norme produrranno nel corso dei prossimi anni e dalla non preoccupazione dell'eredità che si lascerà. Credo che, invece, questa sia una responsabilità molto ampia, sulla quale, anziché fare polemiche, stiamo cercando di dare un contributo costruttivo.

Non si preoccupano o non hanno interesse a preoccuparsi, in questo caso?
Ritengo che questo dipenda da individuo a individuo, non ne farei una questione di categoria, anche se è probabile che coloro che sono prossimi all’uscita abbiano la tendenza a non preoccuparsi. Questo è un fatto sociologicamente, statisticamente rilevabile e dunque possibile. Credo che ognuno di noi, però, nei limiti del consentito e del possibile, è sempre responsabile per chi viene dopo quando ricopre un ruolo istituzionale e, nel nostro caso, anche formativo. Ci stiamo occupando anche di altre questioni. Abbiamo dato un grosso contributo, attraverso una petizione scritta, per ottenere l’elezione democratica dei componenti che faranno parte della Commissione Statuto. L'obiettivo è stato raggiunto, ma il Rettore ha poi nominato soltanto due dei nostri candidati, che risultavano i più votati, sui quindici elementi della Commissione. Ad essa si è affiancato il Comitato Consultivo, che sta cercando di lavorare in maniera importante su ciò che nei prossimi 15-20 anni dovrebbe dare forma all’Ateneo alla luce della nuova legge. In questa sede abbiamo trovato resistenze, anche in seno alla Commissione Statuto, su tutta una serie di questioni cruciali. Il Comitato Consultivo ha denunciato la assoluta non cooperazione della Commissione nei termini che aveva stabilito il Senato, per cui noi abbiamo rimesso unanimemente il mandato al Senato Accademico, rimproverando e citando tutti i fatti e le cose malfatte, le scorrettezze e sottovalutazione dell’importanza di questa collaborazione, tenendo conto che in tre mesi la Commissione non è stata capace di produrre nulla. Noi, a differenza della Commissione, abbiamo prodotto dei documenti in minor tempo e con minor numero di riunioni che non sono stati resi pubblici e questo è un altro elemento che a nostro avviso va sottolineato. Si sta poi cercando di lavorare sui decreti attuativi che devono accompagnare la legge 240/2010. Con la rete 29 Aprile e con altri organismi, inoltre, che vengono dal basso siamo stati chiamati a conferire nelle audizioni che il Senato sta svolgendo sull’abolizione del valore legale del titolo di studio, che è un altro degli obiettivi che il Governo sin dall’inizio aveva inserito nelle sue linee guida per l’università. La classe docente ha sottovalutato il problema nel suo complesso. Nella revisione dell'Università pubblica e statale, perdere il valore legale del titolo di studio significa perdere un presidio a garanzia democratica di un sapere che sia uguale per tutti a livello nazionale, quanto meno per la formazione di base. Il sistema di accreditamento che verrebbe portato avanti con una differenziazione territoriale sarebbe penalizzante per molti Atenei e per tutto il Sud. La problematica dovrebbe essere affrontata cominciando a dare finanziamenti uguali per tutte le sedi, per dare a tutti le stesse opportunità di partenza, mettere in parallelo in piedi un sistema di valutazione e a quel punto cominciare a elargire in maniera differenziata a seconda di quello che sei stato in grado di fare e che può essere valutato. Fatto in un'altra maniera, non può non creare sperequazioni.

Hai parlato di progetto culturale. Ecco, in questo contesto, fare un progetto culturale significa partire da dove?
In primo luogo ritengo che bisogna partire da tre elementi, cosa che ho proposto più volte in Consiglio di Facoltà e, più in generale, a livello di Ateneo e che è rimasta puntualmente inascoltata. Il primo elemento, valido in particolar modo per le facoltà umanistiche, è cominciare a porsi seriamente il problema di quale sia lo statuto dei saperi nella società odierna in un'epoca in cui, a prescindere da ciò che si pensi di questo (e io ne penso tutto il male possibile), la società ritiene che un sapere che non sia “utile”, cioè immediatamente profittevole, sia di converso inutile. La ricerca, invece, da sempre vive per il principio che è tanto più buona quanto più è inutile, perché la sua utilità spesso la scopri secoli dopo. Partendo da questo, il secondo punto è cercare di capire come tu possa costruire un’offerta formativa che riesca a dare fondamenta di base, indipendentemente dall’indirizzo dei corsi di laurea. Sulla base delle risorse tanto finanziarie che “umane”, terminologia che non amo, perché è quella aziendalistica, quindi meglio del nuovo reclutamento dei docenti e dei ricercatori, riflettere su come indirizzarle collegandole al terzo obiettivo, che è quello di comprendere il rapporto tra quest’offerta formativa e il mercato del lavoro, fermo restando che l'Università non debba avere questo come scopo primario, sebbene non puoi non tenerne a meno nella nostra società. Noi non siamo riusciti per quest’anno a costruire dei Corsi di Laurea abilitanti, quindi molti dei nostri Corsi di Laurea non saranno utili neanche per quei pochissimi che potranno accedere alle classi di insegnamento. Questo è un danno enorme. Allora ripensare l’offerta formativa sulla prospettiva del mercato del lavoro significa cercare di conoscere quali siano le esigenze di un territorio. Fare questo significa compiere una rivoluzione rispetto al proprio punto di vista, che consenta di comprendere che gli orticelli a cui noi siamo stati abituati sono inevitabilmente un elemento transitorio e in qualche modo il nostro stesso sapere dovrebbe essere messo al servizio di questa istituzione fatta di studiosi e di studenti, anche in relazione al mercato del lavoro, ovviamente limitatamente ai nostri compiti istituzionali. Questo significa che il sapere non può sempre essere letto alla luce della tradizione, ma va in qualche modo informato ai cambiamenti della società e al mutamento sociale.

Facciamo un raffronto, sicuramente pretenzioso e in parte fuorviante, perché i tempi sono cambiati. Prendiamo il numero dei laureati e il numero di lavoratori rispetto ai laureati dell’Università del vecchio ordinamento e i numeri di quello attuale, pensando soprattutto che i vecchi corsi, a livello di organizzazione interna, erano di respiro più generalista come tipo di formazione, mentre quelli attuali sono estremamente specializzati. Cosa è cambiato e perché, nonostante si sia andati verso una specializzazione che sembrerebbe fare l’occhiolino al mercato del lavoro, si è creato al contrario un esercito di disoccupati, sottoccupati e precari?
Qui ci sono almeno due variabili che vanno incrociate. Intanto, nel Vecchio Ordinamento dobbiamo tenere presente che, giusto o sbagliato che fosse, in un regime in cui la spesa pubblica era elevata, vigeva ancora il sistema dei concorsi e di conseguenza la possibilità di entrare in un regime di lavoro a tempo indeterminato era più elevata, c'erano molte più possibilità. I tagli intervenuti nel frattempo ne hanno limitato la portata e il regime di precarietà e flessibilità, che è stato introdotto a tutti i livelli nel privato e nella pubblica amministrazione, ha ovviamente determinato uno sconquasso del sistema precedente. Si dice che tutto questo sia stato fatto in nome della spesa pubblica, che doveva diminuire. Se stiamo ai fatti, sappiamo che la spesa pubblica non è diminuita, anzi è aumentata in alcuni settori. È lecito domandarsi se lo scopo fosse realmente questo e non quello di introdurre un regime di flessibilità e di precarietà, che implica un alto grado di sfruttamento del tasso di lavoro vivo, avrebbe detto un vecchio barbuto tedesco di ormai dimenticata storia. Questo è un elemento importante. L’altro è dato dalla riforma del 3 più 2, che qui da noi è stata gestita, all'interno delle solite logiche accademiche, in maniera tale che in realtà la specializzazione non è stata pensata per la possibile rifluenza nel mercato del lavoro, ma con l'idea che avere un Corso di Laurea era un fiore all’occhiello non solo all'esterno, ma soprattutto all’interno dell'università, dove i conflitti di potere e di interessi dei vari gruppi accademici sono sempre stati elevatissimi rispetto al reclutamento. Il 3 più 2 è fallimentare a prescindere da questo. Il tema della spesa pubblica è in realtà il tema portante di tutto questo. Oggi si pensa a “chiudere il rubinetto” alla formazione e al welfare, ma io penso che, anzi, sia necessario implementarlo e creane uno per i giovani. In un Paese come il nostro la famiglia supplisce al welfare per intero, non essendo previsto dalle politiche statali, e impedisce la mobilità giovanile.

Torniamo a Palermo. Abbiamo una situazione di bilancio che è piuttosto disastrosa e dall’altro lato stiamo andando verso una rimodulazione dell’Ateneo, con il ruolo preponderante dei Dipartimenti, il raggruppamento in 5 grandi Facoltà. Stando così le cose, l’Università di Palermo verso dove sta andando e che cosa può offrire allo studente dell’anno 2012?
Provocatoriamente dico che non lo so, perché se si sta ai comunicati ufficiali del Rettore sembra che tutto sia stato risanato, che il contenimento del bilancio, che resta negativo, ma molto meno rispetto agli anni precedenti, dovrebbe offrire nei prossimi 3 – 5 anni di miglioramento, ma quando si passerà al saldo positivo non lo sa neanche il Rettore. Quello che posso dire è che per adesso in realtà è tutto bloccato per quel che riguarda i fondi di finanziamento a tutti i livelli e, con la logica di contrazione dell'offerta formativa che è dovuta in parte al taglio dei finanziamenti, in parte alla contrazione naturale del corpo docente, noi andremo avanti ancora contraendo la nostra offerta, senza che sia inquadrata in quel progetto culturale che richiamavo prima e che sarebbe necessario. Il rischio, in questo stato dell’arte, è che si riproduca l’esistente per com’è possibile farlo, togliendo alcuni pezzetti a destra e a manca perché sarà necessario, trascinando con noi i problemi che abbiamo davanti anche per il futuro.

In conclusione, se fossi uno studente che cosa faresti?
Come diceva un mio vecchio professore, io credo che tutti quanti, non per forza perché risolva problemi, dovrebbero imparare fino in fondo l’etica della valigia. È chiaro che non si risolve tutto con le emigrazioni, perché in ogni caso le possibilità sono limitate, ma in una fase come questa la mobilità è sicuramente una scelta da prendere in considerazione. In questo Paese, però, il rischio è che tu potresti conseguire un titolo che non ti è utile a Palermo così come a Milano. D'altro canto la logica di continuare a perpetrare un sistema che si regge sostanzialmente sull’istituto familiare lo vedo socialmente come un problema enorme, perché deresponsabilizzante, mentre l’università, la formazione dovrebbero contribuire a formare un individuo autonomo, capace di utilizzare le proprie risorse al meglio. Dato che siamo in un momento in cui le cose sono bloccate, l’altra possibilità è il movimento, ovvero che i giovani prendano in mano la situazione, cercando di rimettere in discussione un sistema che è diventato assolutamente stantio, aiutando anche quella parte di docenti che ancora tenta di rivoluzionare l'università, cercando di evitare il rischio di protrarre i problemi per un tempo indeterminato. C’è anche un problema di impegno generale politico e sociale, perché bisogna cambiare la logica con cui la classe dirigente va incontro alle necessità del Paese, dato che non guarda assolutamente ai giovani. È un passo assolutamente necessario e per fare questo credo che ci voglia la capacità da parte dei giovani di mettersi in gioco. Siamo arrivati a un momento in cui non si può più stare fermi e non ci sono più alibi. Bisogna prendere consapevolezza dei problemi e capire che lo studio va affrontato in un certo modo. Quando assimili strumenti, te li ritroverai nella vita, indipendentemente dal fatto che il sistema funzioni al meglio o no. Ovviamente, però, i docenti devono compiere una rivoluzione.

Fabrizio Blandi

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